domenica 14 giugno 2026

Meditazione sulla Solennità di Pentecoste, del Card. Pierbattista Pizzaballa



Cardinale Pierbattista Pizzaballa
Patriarca Latino di Gerusalemme

24 maggio 2026
Meditazione sulla Solennità di Pentecoste 
Anno A




Il brano evangelico che ascoltiamo in questa solennità di Pentecoste (Gv 20,19-23) ci riporta alla sera della domenica di Pasqua, e questo è il primo punto chiave su cui dobbiamo soffermarci.

Per “comprendere” la Pentecoste, dobbiamo tornare alla Pasqua, perché lo Spirito è la vita stessa del Risorto, donata ai discepoli.
L'evangelista Giovanni vuole chiarirlo: lo Spirito non è un'aggiunta successiva alla Risurrezione. Lo Spirito è l'essenza stessa della vita risorta. Il Signore non può fare a meno di donarlo, perché Egli è la sua stessa vita, e la vita cerca sempre di essere condivisa con gli altri. Per questo Giovanni colloca l'effusione dello Spirito proprio nel giorno della Risurrezione: per dire che la Pasqua è già la Pentecoste in seme.

Ma anche per dire che la Pasqua, in un certo senso, non sarebbe “completa” senza la Pentecoste.
Il piano del Padre è che l’umanità viva la vita del Figlio: ebbene, la Pasqua rende possibile questa vita, mentre la Pentecoste la mette in atto, la attiva e la rende trasmissibile.
La vita risorta non appartiene solo al Risorto, né vuole rimanere chiusa e riservata a pochi: diventa Chiesa, Corpo, linguaggio per tutti.

E questo avviene durante un'assemblea che si tiene nel Cenacolo la sera di quello stesso giorno, il primo giorno della settimana (La sera di quel primo giorno della settimana, mentre le porte del luogo dove si trovavano i discepoli erano chiuse per timore dei Giudei, Gesù venne, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!» - Gv 20,19).

Da una parte troviamo il Risorto, colmato dal Padre di una vita traboccante, una vita di eterna pienezza. Dall'altra, ci sono i discepoli: fragili, chiusi in se stessi, timorosi, incapaci di guardare al futuro, segnati dal fallimento e dalla fuga. Sono vivi, ma con una vita limitata e ristretta, la cui luce sta per spegnersi.

Eppure, è proprio in questo contrasto che avviene l'incontro. Il Risorto non chiede ai discepoli di cambiare il loro stato d'essere, bensì entra nelle loro ferite, non nelle loro forze; dimora nella loro paura, non nella loro fede; mostra loro le Sue ferite, non la Sua gloria. In questo incontro, la Vita non giudica la fragilità, ma si protende verso di essa e la trasforma dall'interno. Qui si fonda il dono dello Spirito: la vita del Figlio che si china sulle vite del Suo popolo, segnate dal peccato, per risollevarle.

A coloro che sono fragili, il Signore non si limita a offrire aiuto, consigli o incoraggiamento. Non si ferma ad accettarli così come sono. A queste persone fragili, il Risorto dona la sua stessa vita. Quella vita piena, abbondante, eterna – la vita che ha ricevuto in dono dal Padre – il Risorto la trasmette ai suoi, attraverso un gesto e una parola che segnano una transizione, un ponte che permette a questa vita di raggiungere la Chiesa: «Soffiò su di loro e disse: “ Ricevete lo Spirito Santo”» (Gv 20,22).
Non si tratta di un gesto simbolico: è il passaggio effettivo della vita divina nella vita umana. Una vita segnata da tre caratteristiche.

Innanzitutto, è una vita riconciliata.
Il primo effetto dello Spirito è il perdono: «A chi perdonerete i peccati, saranno perdonati» (Gv 20,23). La vita del Risorto ravviva ciò che è morto e si prende cura di ciò che è malato. Il peccato, nel linguaggio biblico, non è una macchia morale: è una zona di morte, un luogo dove la relazione si è spezzata, dove il cuore si è chiuso e la vita non scorre più. Quando il Risorto dona lo Spirito, la prima cosa che accade è che la vita entra nelle zone morte. Questo è il perdono: la vita che ritorna dove non c'era più vita, e ogni cosa ha la possibilità di rifiorire, di ricominciare.


In secondo luogo, la vita del Risorto è una vita inviata: «Come il Padre ha mandato me, anch'io mando voi» (Gv 20,21). Lo Spirito non chiude, non si ritira, non isola. Lo Spirito apre, espande e invia. Per questo la nuova vita non può essere conservata come un tesoro personale: è una vita che si protende naturalmente verso gli altri e per gli altri, proprio come il Figlio ha cercato noi. La missione non è un dovere aggiunto alla vita cristiana: è la vita stessa dello Spirito che opera in noi, è una partecipazione all'azione di Dio verso il mondo, alla sua passione per l'umanità.


Infine, la nuova vita è una vita abitata da Dio . Il Risorto non rimane fuori: entra, si ferma in mezzo a loro e soffia sui discepoli (“si fermò in mezzo a loro” … “soffiò su di loro e disse: ‘Ricevete lo Spirito Santo’” – Gv 20,19.22). Non è semplicemente una vita migliore, ma una vita in cui Dio fa la sua dimora. Lo Spirito non è un aiuto esterno; non è una forza che arriva occasionalmente, o frequentemente per i più fortunati. È una presenza stabile, come qualcuno che ha preso dimora nella nostra umanità.


Questi tre elementi della nuova vita sono anche criteri di discernimento con cui interpretare ciò che accade dentro e intorno a noi, e al tempo stesso riconoscere come e dove lo Spirito è all'opera: ovunque qualcosa si riconcilia, lì passa la nuova vita; tutto ciò che ci apre, ci decentra e ci conduce fuori da noi stessi viene dallo Spirito; ovunque cresca una presenza interiore che porta pace, illuminazione e direzione, lì dimora lo Spirito.

+Pierbattista






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Fonte: https://www.lpj.org/en/news/meditation-on-the-solemnity-of-pentecost-year-a


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